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Il test sugli anticorpi dopo il vaccino è utile? Le parole di Draghi e i dubbi della scienza

Il test sugli anticorpi dopo il vaccino è utile? Le parole di Draghi e i dubbi della scienza
Secondo molti esperti si può tranquillamente evitare. Per un motivo molto semplice: questi test non tengono conto della protezione che deriva dalle cellule immunitarie. Ma non tutti sono d’accordo
Fonte: Brindisi Report
Antonio Piccirilli
È davvero necessario il test per misurare la presenza di anticorpi dopo il vaccino? Sul tema c’è molta confusione e di certo l’ultima conferenza stampa di Mario Draghi non ha contribuito a fare chiarezza. Il presidente del consiglio ha infatti rivelato che la prima dose di AstraZeneca ricevuta lo scorso 30 marzo, “ha dato una risposta di anticorpi bassa” e dunque gli è stato consigliato “di fare l’eterologa”. “Funziona per me – ha aggiunto -, ancor più vero è che funziona per quelli che hanno meno di 70 e 60 anni”. Frasi che hanno dato la stura a qualche polemica visto che il così detto ‘mix and match’ è al momento autorizzato solo per le persone di età inferiore ai 60 anni. E Draghi di anni ne ha 71.
Anche la frase sul basso livello di anticorpi ha fatto storcere il naso a qualcuno. Perché molti esperti sostengono da tempo che il test sierologico dopo la vaccinazione non sia affatto necessario. Il motivo è principalmente uno: oltre ad essere di non facile lettura per i pazienti, questi test non tengono conto della protezione che deriva dalle cellule immunitarie e dunque offrono risultati parziali.
Perché secondo molti esperti fare il test sierologico può essere fuorviante
“Contare gli anticorpi non spiega tutto” ha di recente spiegato il virologo del Policlinico Gemelli, Roberto Cauda, “gli anticorpi vengono prodotti nei confronti della proteina Spike, che è una componente del virus. Ma quando ci si ammala, o quando ci si vaccina, si crea una doppia risposta. La prima è la risposta anticorpale, cioè quella legata alla produzione di anticorpi, che si calcolano attraverso un prelievo di sangue. La seconda è una risposta cellulare, che è più difficile da calcolare”. Ci sono dunque soggetti che “potrebbero avere un numero di anticorpi inferiore a 80, che è la cifra ideale stabilità dall’Oms per essere sicuri” ed avere comunque una buona risposta contro il virus grazie alle cellule immuno competenti. Ancora più scettico l’immunologo Sergio Abrignani. A suo dire uno dei problemi è che “non esiste un test universale” e dunque spesso i risultati non sono confrontabili. E poi “non sappiamo a quale livelli di anticorpi corrisponda la protezione”. In ogni caso “è sbagliato pensare che avendo una quantità alta di anticorpi si possa rinunciare alla seconda dose”.
Non la pensa del tutto così Massimo Galli, direttore del dipartimento Malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano, che giorni fa aveva suggerito l’idea di rimandare la somministrazione della seconda dose per gli under 60. A suo dire per i vaccinati con Vaxzevria sarebbe potuta bastare anche una sole dose, a patto di verificare il livello di risposta anticorpale. “Una posizione un po’ eretica” aveva ammesso, “che viene dal fatto che AstaZeneca inizialmente era stato impostato come vaccino a una sola dose e che ci sono dati piuttosto rassicuranti sull’efficacia della prima dose e sulla durata di questa efficacia”. Secondo Galli dunque, in questa particolare circostanza, un test per valutare la risposta anticorpale potrebbe essere utile.
Il presidente dei virologi: “Valutare la risposta anticorpale delle persone a rischio”
Il tema del resto è dibattuto e come abbiamo visto da parte del mondo scientifico non c’è una risposta univoca. Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia (Siv-Isv), ha ad esempio aperto alla possibilità di valutare i titoli anticorpali di tutte le persone a rischio (anziani, cronici, immunocompromessi, personale sanitario), “in modo da assicurare loro per tempo la somministrazione di un’eventuale terza dose in caso di scarsa copertura”.
Il parere della Fda che sconsiglia i test sierologici
Sul caso dei test sierologici è intervenuta il 19 maggio scorso la Fda statunitense (Food and Drug Administration) per chiarire che “sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere il significato di un test anticorpale positivo o negativo, al di là della presenza o assenza di anticorpi”. Pertanto chi esegue un test specifico dopo aver ricevuto il vaccino, non dovrebbe intepretarne i risultati come indicazione “di un livello specifico di immunità o protezione dall’infezione da SARS-CoV-2”. Tornando all’Italia dobbiamo osservare che per il momento il ministero della Salute non ha dato indicazioni in merito, anche se nella sezione anti-fake news contro il Covid viene sconsigliato il test del sangue prima di sottoporsi alla vaccinazione. Sul dopo però non è stato detto nulla.
Allo stato attuale delle conoscenze, il limite principale dei test sembra comunque essere quello di non riconoscere altre risposte immunitarie che proteggono dall’infezione contro il Covid-19 come le cellule B della memoria e i linfociti T. E dunque i risultati possono essere interpretati in maniera fuorviante.
l test per conoscere gli anticorpi Covid
Ma cos’è e quali indicazioni può darci un test sieriologico? Con l’avanzare della pandemia e l’arrivo dei vaccini, questi tipi di test sono diventati sempre più specifici e, ad oggi, permettono di misurare la quantità e la tipologia di anticorpi Covid prodotti dal sistema immunitario del singolo individuo.
Il test misura, nello specifico, la quantità di anticorpi totali (IgG, IgA, IgM) anti-RBD (Receptor Binding Domain) S1 della proteina Spike, ossia la presenza di quegli anticorpi che permettono alla suddetta proteina di attaccarsi alle cellule e di essere portatrice del virus. In poche parole tali anticorpi evitano che il virus possa infettare le cellule. Va sottolineato che il test non offre informazioni temporali, ma è fondamentale per monitorare l’efficacia del vaccino sul proprio sistema immunitario e per scoprire se l’infezione contratta in passato ha sviluppato o meno gli anticorpi neutralizzati. Il test andrebbe eseguito un paio di settimane dopo la seconda dose o 4 settimane nel caso del vaccino J&J. A meno che non si voglia testare la risposta immunitaria già dopo la prima dose. In commercio ne esistono centinaia: alcuni forniscono solo indicazioni sulla presenza o meno di anticorpi, altri anche sulla quantità. Il consiglio è sempre quello di farsi consigliare dal proprio medico di base.