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LA STORIA DELLE STORIE a cura di Mons. Lucio Renna

LA STORIA DELLE STORIE a cura di Mons. Lucio Renna

Da anni, lustri, secoli e millenni Lo attendevano. Il popolo da sempre Lo attendeva. Speravano, gli umani, nel compiersi della promessa fatta in Eden da JHW, dei vaticini dei profeti e dei veggenti. Ma Lui non arrivava! Gli israeliti attendevano, implorando: “Maranatha” e cantando: “Cieli piovete dall’alto; nubi, mandateci il Santo; terra, apriti, o terra, e germina il Salvatore”.
Gli occhi, quasi spenti ormai, degli anziani spiavano verso orizzonti lontani; lo sguardo limpido degli adulti spaziava a destra e a sinistra; gli occhietti vispi dei bambini puntavano qualche stella o qualche raggio di sole, sperando… sperando…. Ma Lui non arrivava, tardava oltre modo… non accennava ad un possibile apparire… restava chiuso nel mistero di JHW. Ormai tanti e tante erano volati al cielo, ospitati in “sinu Abrahae”. Moltissimi altri, in numero crescente, delusi non attendevano più, giustificandosi: perché attendere Chi non vuole venire? Non erano pochi coloro che, in qualche modo urtati, non lo volevano più nella convinzione che l’Atteso si desse arie… amava farsi desiderare e attendere. Per costoro, l’Atteso non era degno di fede.
Tuttavia, nel cuore del popolo umile, semplice, devoto, restava accesa la fiammella della speranza e sulle labbra fiorivano, di quando in quando, quelle parole di fede: “Vieni… non tardare… ci sei necessario… Maranathà!”. Per tutti noi umani, è brutto attendere al di là del tollerabile! Era ancor più brutto, per l’intero popolo prediletto, che si andava sfilacciando religiosamente, socialmente e umanamente. Un popolo sfilacciato, con un ventaglio di atteggiamenti che spaziava dalla speranza alla disperazione e al menefreghismo.
Poi… c’è sempre un momento grandioso per tutti… e ci fu anche per gli israeliti; momento sottolineato da due eventi, sociale uno (il censimento); misterioso, l’altro (apparizione in cielo di una stella straordinaria con una risplendente cometa). Betlemme era stracolma di ospiti provenienti da vari paesi per il censimento. Caravanserragli, taverne, case… tutto occupato… non un luogo libero in paese… cosa insolita, mai successa a memoria dei più anziani, che riunivano i bambini per raccontare le cose di JHW… erano nonni e nonne per lo più… i catechisti di quel periodo. Commuoveva l’osservare questi quadretti familiari ricchi di umanità e di fede; vedere gli occhi di fanciulli e fanciulle divenire lucidi di commozione. Ovviamente gli adulti “in tante altre faccende affaccendati, in queste cose eran morti e sotterrati”. In altre parole, coglievano l’occasione di sia pur magri guadagni, per l’afflusso di tanti ospiti. In questo bailamme, quasi a tutti sfuggì la visione di quel gruppetto costituito da una donna gravida, un uomo e un asinello. Costoro giravano, giravano e, ancora, giravano ma luogo ospitale non trovavano. Avevano l’animo colmo di angoscia… erano stanchi… poveri… invisibili… scartati; eppure preoccupati perché Lei, la donna, poteva partorire da un momento all’altro. La sua gioia per il lieto evento, veniva attutita dal velo nero del rifiuto. I due, Myriam e Giuseppe, erano dei “poveracci”… i luoghi disponibili erano per “i grandi della Terra” (costoro sono come i pesci grandi he ingoiano i pesci più piccoli”… una storia becera che non finisce mai… anche oggi i grandi della terra credono di poter fare del popolo quello che vogliono… anche ucciderlo… vedi ucraini e russi e tante altre razze!).
Sicché i due con asinello, si avventurarono in una campagna, dove, ad accoglierli, c’era una grotta sgangherata, con una sporca mangiatoia piena di paglia, e un bue che ruminava i rimasugli di erba. La donna, Myriam, si rese conto che ormai “si rompevano le acque” e che l’esserino che aveva in grembo voleva venire fuori. Il sipario del tempo si aprì su una scena drammatica (come si può ben capire) e gloriosa (come non si riuscirà mai a capire in tutta la sua misteriosa portata!).
I due fecero il meglio possibile per dare un adeguato benvenuto al neonato. Anche il bue e l’asinello guardavano con occhi lucidi di pianto e di gioia. Chissà, se avessero potuto, cosa avrebbero fatto per quel simpatico gruppetto. Si guardarono, bue ed asinello, si capirono e cominciarono a umettare di caldo delicato lo squinternato ambiente, muggendo e ragliando ma delicatamente, quasi cantando un inno noto a loro due che, però, creava un’atmosfera tiepida e quasi magica nelle macerie di quella grotta campestre. Si alternavano anche nell’alzare delicatamente una zampa, quasi volessero salutare i tre e specialmente il neonato.
All’incanto, tutto tacque. Un alto silenzio piovve sulla terra. Non un rumore, un vocio, un canto; niente, solo Silenzio denso, palpabile carico di mistero, come quando, il sipario del teatro, spente le luci della sala, sta per aprirsi per l’inizio di un’Opera. Silenzio assoluto! Sembrava che tutto il creato, inclusi gli umani, trattenesse il fiato per non turbare la malìa misteriosa di quel silenzio da vertigine. Era il preludio o l’overture di qualcosa di strepitoso? Domanda, questa, che nessuno affidava alla sua voce, per non interrompere l’inquietante fascino di quel silenzio. Esso stesso, il silenzio, era come una carezza o abbraccio per l’intero creato. Si affacciavano le stelle, sempre più numerose e belle, nel cielo strepitoso di quella notte magica. La luna risplendeva silenziosa nel firmamento che, lentamente, si andava trasformando in un panorama di festa, sempre però, senza far rumore. Cosa stava per succedere? La domanda danzava, senza accompagnamento di melodie, ma nella sublime sinfonia del silenzio vieppiù profondo, sacro. Sacro, è l’aggettivo adeguato per quel silenzio senza analogie o paragoni. Si respirava silenzio; e poi, ancora silenzio!
L’incanto fu infranto dal vagito di neonato proveniente dalla sbrindellata grotta di Betlemme: era nato l’Atteso! E fu trionfo di luci stellari, lunari; di canti, di suoni; calpestii di sentieri e vocii sempre più frizzanti, lieti. Il cammina cammina degli umani riprese alla grande sui monti, sulle colline, sui campi, sui prati. Le pianure si rivestirono a festa, come il cuore delle creature umane e non. Ai tanti interdetti, faceva contrasto i tantissimi festanti. I primi a muoversi furono i pastori coi propri greggi, seguiti da gente di ogni età: uomini, donne, ragazzi, ragazze, bambini. Sembrava che nella grotta fosse calata una potentissima calamita che attraeva irresistibilmente tutto e tutti. Il cielo era popolato da stelle, luna, astri, creature diafane, spirituali (angeli)… era diventato un grandioso palco di felicità traboccante su cose, case, persone, creature tutte. La penna è incapace a descrivere il mistero di quella notte in cui, col Neonato della grotta, iniziava l’era nuova della Storia della salvezza. Tu che leggi, non fermarti alle parole scritte, ma usa cuore, mente e fantasia per farti una, sia pur pallida, idea della magia di quell’Evento memorabile. Hai mai respirato il buio più nero, che, all’improvviso, diventa luce sfolgorate e radiante? Hai mai subito il fascino di un silenzio assoluto che, all’incanto, diventa tripudio di voci, di canti, di frenesia vitale, di gioia incontenibile e urlata ai quattro venti? Hai mai fatto esperienza di solitudine arida e forse amara, che, al tocco d’invisibile bacchetta magica si traduce in moltitudine creaturale, gaia, festante e adorante? Ti sei mai trovato in una landa arida che, quasi irrorata da una provvidenziale e benefica pioggia, rifiorisce e diventa oasi ricca di fiori e di colori? Qualcosa del genere accadde in quella notte che cambiò decisamente la visione del creato e la storia delle creature. Si aprì un nuovo diario… un’agenda dalle pagine tutte lustre e bianche sulle quali si cominciò a scrivere l’incipit del mistero della salvezza. Incipit drammatico per il luogo e il contesto del parto; glorioso, per l’atmosfera di festa che si venne a creare. Il vagito del Neonato fu l’avvio dell’avventura dell’umanità che scopriva realtà nuove, orizzonti più ampi e nuovi, e pioggia di speranze più intense e meglio motivate. Al Maranathà di millenni seguì l’Alleluia della Nascita del Verbo incarnato, Dio da Dio, Luce da Luce. Luce che fuoriusciva dalla grotta di Betlem con intensità tale che rischiarava ogni andito del cuori degli umani e della terra.Quella luce attraeva, affascinava, invitava ad accorrere verso la sua fonte. E chi si lasciava convincere, si rendeva subito conto che la sorgente era quel neonato adagiato nella mangiatoia, ricoperto da panni di lana bianca, riscaldato, oltre che dalla presenza della puerpera Maria e del suo sposo Giuseppe, anche dal caldo e particolarmente profumato alito del bue e dell’asinello. Una girandola di contraddizioni atmosferiche, umane faceva da controcanto all’armonia che si andava sempre più espandendo nell’aria di quella notte incantata: preghiere, canti, sguardi, lacrime, sorrisi, baci: tutto convergeva sul neonato, per poi passare sul volto radiante e dolcissimo della puerpera.
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Vogliamo oggi attualizzare il Natale? Spero di sì. Allora mettiamo al centro della festa la grotta di Betlem, che, quella vaticinata a lungo e fatidica notte, divenne, come dice una canzoneun po’ datata, “l’ombelico del mondo”. In altre parole, prima di tutti i contorni, gustiamo quel “Pane vivo disceso dal cielo”. Il festeggiato non sia messo in penombra o, addirittura, dimenticato. Non penso di moraleggiare o di esagerare, asserendo che milioni di persone, non sanno Chi si festeggia. Festeggiano a modo loro, con quanto la cultura liquida ripropone di continuo attraverso i media, e quanto il marketing mette sotto gli occhi e nel cuore di festeggianti il nulla di fatto. Al centro c’è Lui, Gesù Cristo, il “Verbum caro factum est”. Natale è il suo compleanno, ogni anno come per tutti noi umani. Che significato potrebbe avere una festa di compleanno, quando l’Interessato (nel caso Gesù) non è considerato? Non sono pochi, anche tra battezzati, che ne hanno dimenticato il nome; figurarsi se, nella loro mente, si affacci solo per un momento il giorno del Suo compleanno. E così, mentre nell’universo creato si fa memoria della Notte Santa; e tantissimi, uomini e donne di ogni età; in ogni latitudine e longitudine CELEBRANO IL COMPLEANNO DEL VERBO INCARNATO, molti si sfrenano con festeggiamenti immotivati ma resi scintillanti dal dispendio di denaro, di tempo, di valori. Mi sovviene il “Canto di Natale” di Dickens. L’autore fa un quadro accattivante e simpatico delle case illuminate del villaggio ove si fa festa per il Bambino Gesù; e intanto, il nero usuraio Scrooge, incuriosito, comincia a spiare nelle case dei poveri che lui stesso aveva in mille e più modi mortificato. La gioia radiante di costoro che, dopo la preghiera al Pargolo divino, consumavano la cena, parca ma lieta, della Vigilia, lo indusse a riflettere su quanto aveva sciupato per l’addietro, ignorando Gesù, fonte di letizia e di liberazione, unitamente alle vittime del suo egoismo. Quella notte decise di cambiar tenore di vita… e fu Natale anche per lui che, il 25 si unì ai suoi concittadini per cantare, celebrare e vivere il Natale. Quel 25 egli celebrò il Natale di Cristo, e il suo primo vero Natale di conversione. Sant’Alfonso de’ Liguori, nel Cantico “Quanno nascette Ninno”, scrive, fra l’altro, che “la paglia sicca e tuosta” su cui giaceva Gesù “se ‘nfigliulette” (fiorì). Così l’avaro in questione rinacque, schiudendosi all’amore per il Bambinello e per il prossimo.

+ Lucio M. Renna
Vescovo Carmelitano