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“Lu ‘Ntunucciu ti lu ala”- a cura di Mimino Cervellera

Lu ‘Ntunucciu ti lu ala

Di Mimino Cervellera- dal Giornale di Torre – Aprile 1992.

Lu ‘Ntunucciu ti lu ala, all’anagrafe Antonio Carluccio, nato a Torre S. Susanna il 18 ottobre 1924 dal padre Giuseppe e dalla madre Antonia Maria Leo, la quale era nipote di quell’Antonio Maria, fondatore della casa di riposo in piazza Convento, attualmente di “proprietà” delle suore Antoniane.
Da quel lascito nobile, gesto encomiabile verso gli anziani torresi, non poteva che germogliare un nipote dall’animo allo stesso modo gentile e dal cuore grande.


Grande come la musicalità delle sue note, grande come l’abilità nelle gambe da vero ballerino.
Un artista: amava tutto e tutti con a stessa intensità con la quale amava la fisarmonica, amico di tutti quelli che amavano la vita, quella vita, intesa come momento da vivere, con spirito allegro, gioviale, eccezionalmente gaio e spensierato salvo quando aleggiava la parola “fatia”.
Di fatti non riusciva mai a coniugare la prima persona del verbo lavorare ma non perché non riusciva a dire: io lavoro, ma perché aveva sposato alla lettera l’adagio “ad ognuno il suo” e siccome si era sempre sentito un “operaio” dell’arte, si preoccupò soltanto di seminare allegria, deliziando la gente con le fresche note della sua fisarmonica durante i tradizionali veglioni paesani, trattenere lo strabocchevole pubblico alle serate del celebre Musichiere Torrese e inventare le notti senza alba in quelle campagne di un tempo dove gran parte della popolazione andava a villeggiare. Ed era lì, sempre presente, allegro, coi baffetti in su, instancabile ed il tutto “pi na taiedda ti pipini amari” o “nu buttiglioni ti mieru”, ma il compenso più consistente era u n a stretta di mano veramente sincera. Non voleva altro (neanche una moglie, perché troppo onerosa da mantenere o perché avrebbe alterato il suo mondo poetico), ma solo la conquista di un amico o il sorriso gratificante delle belle “carose” alle quali riservava il segreto di come ballare divinamente il liscio, il tango, il valzer, la mazurka che vedevano in “Ntunucciu” un eccezionale interprete.
Quante possibilità ha buttato al vento, una carriera di ballerino bruciata, un successo dissolto come fisarmonicista in numerosi centri artistici baresi, non ha mai inseguito la gloria e forse aveva ragione in quanto pensava che raggiungere Bari sarebbe stato molto faticoso ed addio quindi idilliaca pace delle notti paesane dove bastava un bicchiere di vino per assaporare la felicità. Anche quello era lavoro. E poi chi ha mai detto che non gli piacesse lavorare? Anzi bisogna ricordare che sino a 19 anni arava la terra, come pochi sapevano farlo, presso la masseria di “Santu Nicola”, poi cessò tutto perché così si racconta: “una mattina mentre ‘Ntunucciu si avviava da Torre alla masseria a piedi, mai pedalare perché pedalare costava fatica, ad un tratto una luce intensissima lo avvolse, accecandolo. Ripresosi, intravide uno stupendo cavallo bianco che trainava un magnifico calesse variopinto. Si fermarono, si fissarono negli occhi e capì che era l’immagine della “fatia”. Da quel momento, ha sempre affermato: non l’ho più incontrata”.
Nella “pagghiara ” di Santoria, in seguito, chiuse a chiave tutti gli strumenti di lavoro e principalmente la zappa, acerrima nemica, perché al solo vederla gli veniva giù il sudore freddo.
E in quella pace delle mura rupestri cominciò, da solo senza nessun maestro, a fa “parlare” i tasti della sua fisarmonica in un trasporto di musica carezzevole e stuzzicante, e quello stesso strumento divenne l’amica inseparabile , la sposa fedele per tutta la vita. Perché il nomignolo “ala”?
perché il nonno materno, a quei tempi, usava sostare ogni mattina, alla stessa ora in quel punto, sulla via di Oria, dove oggi esistono le scuole elementari, e tutte le persone che passavano, nel salutarlo notavano che sbadigliava. Gli amici gli chiedevano: “vuoi vedere che anche stamattina sta li che ala?” E così fu. Quando si è spento, in quella piccola casetta, alla via Attilio Calabrese il 3 aprile 1983, assistito dai nipoti Nuccio e Pino e dalla semplicità dei suoi ricordi, nello stesso istante nasceva inTorre il mito di: “lu ‘Ntunucciu ti lu ala”
Mimino Cervellera dal Giornale di Torre – Aprile 1992.

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