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PER RICORDARE ARCANGELO CARROZZO A COLORO CHE LO HANNO CONOSCIUTO ED APPREZZATO ED A QUANTI NON  HANNO MAI AVUTO IL PIACERE DI CONOSCERLO.

L’odiare non sia mai, menché mai verso di te.  A cura del Preside prof. LUIGI PRANZO

Con questo verso, agli inizi degli anni ’70, iniziava una sua raccolta di poesie, pubblicate dall’editore Lacaita.

Arcangelo era proprio questo; un uomo incapace di odiare, ma capace di amare anche chi lo aveva fatto star male. Il suo atteggiamento, a primo acchito, sembrava ostentare indifferenza, tacita sopportazione, un’ obbedienza cristiana, sul modello di quella che gli era stata trasmessa da Don Oronzo Elia durante i campeggi estivi al Pilone di Ostuni. Arcangelo non era un cristiano praticante, ma era un cristiano nel vero senso del termine: non l’ho mai sentito bestemmiare; non l’ho mai sentito disprezzare nessuno, sia a livello scritto che a livello parlato, eppure lui, i mezzi per poter giudicare li aveva e ne aveva fin troppi. Erano stati i suoi docenti, negli anni delle scuole superiori a Lecce, ad averglieli trasmessi, ma lui non li aveva mai utilizzati per giudicare qualcuno. Non aveva mai dato peso a chi parlava male di un proprio amico e se gli si chiedeva un giudizio in merito a quanto ascoltato, lui sosteneva sempre di non potersi esprimere per non essere stato presente, ma anche perché poteva essere una menzogna da parte di chi disprezzava per potersi sopraelevare. Giovanissimo, aveva preso a Lecce la maturità Magistrale, cosa non molto semplice e che all’epoca consentiva di insegnare nelle Scuole Elementari. Forse pochi erano al corrente di questo suo titolo di studi, né lui ci ha mai tenuto a farlo sapere, ma negli anni ’60, quel diploma, non era proprio per tutti; molti ci hanno provato ma pochi ci sono riusciti. Era proprio così, Arcangelino, come lo chiamavamo noi amici, non ci teneva a far sapere agli altri le sue cose, come non c’ha mai tenuto a far sapere che nell’estate del ’70 eravamo a Parigi, per seguire un corso di grammatica alla Sorbona, pagato dall’università degli studi di Lecce, con frequenza presso il Liceo Louis Le Grand, situato ad est dei giardini del Lussemburgo. Avevamo diritto, oltre alla frequenza del corso, all’accesso alla mensa universitaria al costo di 2 franchi a pasto, come gli universitari del luogo, come dire 200 lire a pasto, avevamo accesso alla biblioteca ed alle lezioni che, presso la sede centrale, teneva ogni mercoledì alle ore 13.00 Jean Paul SARTRE, assieme alla sua compagna e scrittrice Simone de Bouvoir, per parlare della sua opera teatrale: “ Il diavolo ed il buon Dio “. Erano altri tempi! All’Università di Lecce bisognava mostrare la certificazione ottenuta all’estero, con l’indicazione del punteggio assegnato a seguito dell’esame finale . In Francia, come in Gran Bretagna si facevano sempre gli esami, anche per accedere ai corsi linguistici. All’Università, a Lecce, bisognava sempre e comunque presentare un documento attestante il soggiorno in quello Stato; bastava anche la bolla del pagamento che ti avevano fatto a seguito delle prestazioni di un servizio presso un ristorante o di un servizio prestato come operaio presso uno degli areoporti di Parigi. Allora era così, bisognava sempre dimostrare di essere stato all’estero e di aver studiato o lavorato. Poi, verso la metà degli anni ’70, non occorreva più niente: non occorreva neanche frequentare le lezioni dell’Università e firmare la presenza, bastava trovare gli appunti o prestarseli da qualcuno, leggerli una sola volta e prendere 30/30. Era la nuova generazione, quella più inteligente, quella che non aveva bisogno di imparare un bel niente, quella generazione capace soltanto di fare una smorfia di disapprovazione nel leggere uno scritto o nell’ascoltare una persona che fisicamente non rientrava nei canoni del bello, dell’attraente, del simpaticone, dell’elegantone. É così che nel passaggio da una generazione ad un’altra abbiamo cancellato in un attimo i consigli che 2.400 anni fa Platone si era premurato di darci: Non fidarti mai delle apparenze, perché spesso sono ingannatrici. Arcangelo aveva fatto propria questa massima, grazie alla quale non aveva molta cura dell’abbigliamento che indossava, perché ad esso attribuiva soltanto la funzione di coprire il corpo. Preferiva, invece, spendere i suoi soldi nell’acquisto di libri, e di tanti libri, nonché di due o più giornali al giorno. Col tempo era diventato il suo modus vivendi, perché lui si accontentava delle piccole cose, di quelle decantate nei suoi versi: “ un cielo di primavera che si striscia di rosso “ – “ i gabiani che si posano sulla battigia in risacca “ – “ il forte odore di macchia “ – osservare il calare della sera.

Forse è per questo che avrà scelto di lasciare questa terra di sera, in silenzio, pregno di un intensa pace interiore, quando il cielo si era completamente oscurato in modo da poter godere per l’ultima volta la visione di un “ cielo inchiodato di stelle “ come disse in una sua lirica, per provare ancora una volta quelle sensazioni che procurano la vera gioia e che conducono senza alcuna intermediazione direttamente al Creatore. Noi, qui riuniti, caro ed amato Arcangelo, ti auguriamo Buon Riposo. ( L. Pranzo)

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