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TOPONOMASTICA TORRESE : VIA CESARE VANINI

TOPONOMASTICA TORRESE : VIA CESARE VANINI
(inizia) E’ la via che incrocia via Tagliamento , incrocia via Antonio Gramsci, (finisce) incrocia via Francesco Saverio Renna.


Giulio Cesare Vanini nasce a Taurisano, un paesino in provincia di Lecce, il 19 gennaio 1585, entra nell’ordine carmelitano a 18 anni e consegue a Napoli il titolo di dottore in diritto civile e canonico nel giugno del 1606. Nel 1612 riceve un provvedimento disciplinare dal generale dell’ordine e l’anno dopo fugge in Inghilterra insieme a un confratello, con l’intenzione di abbracciare la religione anglicana. I due frati sono presi sotto protezione dall’Arcivescovo di Canterbury, colpito dalle loro doti intellettuali, ma ben presto si rendono conto di essere caduti dalla padella nella brace e cominciano a progettare un rientro in Italia. D’altra parte l’Arcivescovo si rende conto prima della riluttanza dei due a sottomettersi sinceramente all’autorità religiosa e poi dei loro tentativi di riallacciare segretamente dei contatti con il mondo cattolico. Li fa arrestare ma fuggono (forse con un aiutino dal Re Giacomo che preferisce evitare impicci). La contrattazione con i cattolici li vede diffidenti e, nel dubbio, rimangono a Genova, dove Vanini fa il precettore in casa Doria. L’arresto dell’altro frate cancella le esitazioni e Vanini fugge in Francia, dove pubblica, col suo vero nome e con tanto di imprimatur cattolico, due opere in latino, a Lione l’Amphiteatrum [1], e a Parigi il De Admirandis [2].

Mentre le sue opere incontrano un cospicuo quanto imprevisto successo nei circoli atei e libertini di Parigi, facendo con ciò capire ai teologi della Sorbona che gli avevano concesso l’approvazione ecclesiastica di aver commesso una grossa sciocchezza, approda a Tolosa con il falso nome di Pomponio Usciglio, convinto di cavarsela. Tuttavia la sua scarsa prudenza nel manifestare, sia pure in relazioni private, il proprio sentire, lo tradisce. Il 2 agosto 1618 viene arrestato su mandato del Parlamento di Tolosa e subisce, da parte di un tribunale civile, un processo che dura mesi perché ai giudici che cercano di incastrarlo con ogni mezzo egli oppone con grande scaltrezza la sua sterminata erudizione, protestandosi fedelissimo cattolico. Finché, non trovando altro modo, i giudici ricorrono ad una falsa testimonianza e lo accusano di ateismo (all’epoca reato di lesa maestà perché, negando Dio, si negava il fondamento del potere regio). «Certamente fu più facile bruciare Vanini che confutarlo», commenterà amaramente Schopenhauer due secoli dopo. Perduta ogni speranza di salvezza, Vanini getta la maschera e proclama con fierezza il suo ateismo. Uno dei gesuiti, suoi acerrimi nemici, riferirà di avergli sentito dire «Non esiste né un Dio né il diavolo, perché se ci fosse un Dio gli chiederei di lanciare un fulmine sull’ingiusto ed iniquo Parlamento; se ci fosse un diavolo gli chiederei di inghiottirlo sotto terra; ma, poiché non esiste né l’uno né l’altro, non ne farò nulla». Il 2 agosto 1618 viene arrestato a Tolosa. Il parlamento locale lo condanna a morte. Il 9 febbraio, a 34 anni appena compiuti, gli tagliano la lingua. Lo strangolano. Lo bruciano.
E andando al patibolo, poco prima che gli fosse strappata con le tenaglie la lingua, pronuncia le sue ultime parole, in italiano, «Andiamo a morire allegramente da filosofi», che impressioneranno persino i suoi aguzzini e rimarranno nei secoli a ricordare la sua morte eroica.
Nell’ottocento Vanini è celebrato da un poeta come Hölderlin e da due filosofi molto diversi come Hegel e Schopenhauer. Quando nel 1859 Charles Darwin diffonde l’Origine delle specie, si scopre presto che Vanini lo aveva in parte anticipato, suggerendo che gli esseri umani potrebbero discendere da “animali affini” come le scimmie.

Fonte blog.uaar.it di Raffaele Carcano