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IN RICORDO DI GIUSEPPE PERRUCCI a cura del Preside prof. Luigi Pranzo

Caro Perrucci,
era così che ci chiamavamo quando ci incontravamo: per cognome, come se fossimo dei conoscenti occasionali. Invece, ci sfottevamo semplicemente, perché nei momenti più seri usavamo il nostro nome di battesimo, quello stesso usato, senza diminutivi, fin dall’infanzia.
Eravamo cresciuti sulla stessa piazzetta di Vico Rondìni; lui era sempre allegro e spensierato; sempre in vena di fare qualche scherzo semplice, bonario ma creativo. E’ per questo che mi dispiace aver letto nei vari messaggi indirizzati alla sua persona l’aggettivo “ creativo “ per evidenziare le sue straordinarie doti, perché volevo che ad utilizzarlo fossi soltanto io; io che lo avevo visto crescere con gli occhi di chi era più grande di cinque anni.
Le scuole Elementari le aveva frequentate a Ceglie Messapica e di quella città aveva conservato un bel ricordo, perché non mancava occasione per citare intere frasi in dialetto cegliese. Forse si giustifica, in un certo modo, la sua vicinanza al nostro GRANDE Don Oronzo, del quale era un valido aiuto durante il campeggio estivo a Pilone. Seguiva con scrupolo i bambini più piccoli; li sorvegliava quando andavano a fare il bagno e non disdegnava di dare un valido contributo al montaggio delle tende, alla pulizia dell’ambiente ed alla cucina, evidenziando, fin da allora, abilità e fantasia. L’interesse per la cucina, in verità, lo aveva certamente ereditato dalla mamma che gestiva una trattoria, per mezzo della quale gli era stato appioppato il nome Whisky, anche se non aveva mai assaggiato un solo sorso di liquore o di birra perché era assolutamente astemio. Ma, non si curava se qualche povero diavolo, usando quell’appellativo, intendeva mettere in evidenza la sua superiorità.
E’ stato sempre modesto; non ha mai fatto pesare le sue capacità superiori alla media. Più volte mi sono trovato in situazioni in cui, pur avendo assolutamente ragione sul tuo interlocutore, ha sempre preferito chiudere senza ribattere.
Quanto alla musica è stata sempre la sua grande passione. Imparò ad accordare qualche nota alla chitarra, nel bar della piazza, il cui gestore ( patrunu Crucifissu ) suonava abilmente quello strumento. Non aveva bisogno di spartito, né di conoscenza di note perché il suo orecchio, forse assoluto, le fissava tutte in mente senza perdere neanche una semi biscroma. Credo sia stato proprio il Signor Crocefisso Gravili e successivamente ALDO a farlo innamorare del mandolino; strumento col quale fece vibrare le corde dell’anima a migliaia di ascoltatori delle piazze pugliesi, italiane ed estere, con i personali arrangiamenti delle più belle canzoni della tradizione popolare italiana. Certamente, c’era la passione che governava l’amore per la musica. Tuttavia, io credo che lo abbia guidato anche l’intelligenza che, in lui si evidenziava nella prontezza di aggredire e far propria una nuova conoscenza. Da più grandicello si avvicinò all’attività di sindacalista, aprendo a Torre santa Susanna la sede di un sindacato autonomo; poi continuò la stessa esperienza presso l’Istituto Case Popolari di Brindisi, dove lavorò fino a sessantacinque anni.
Negli anni settanta ebbe l’idea di fondare a Torre Santa Susanna il “ Centro Artistico del Salento “. Seguirono mostre di livello nazionale, concerti musicali con maestri dei più importanti Conservatori italiani, finché nel 1978 organizzò un concorso nazionale per pianoforte e violoncello intitolato a ZACHARIAS da BRINDISI. Torre Santa Susanna diventò, improvvisamente, famosa in tutta Italia, perché vi concorsero maestri di fama nazionale ed internazionale.
Con gli anni e con la maturità, provò la passione per il giornalismo e senza alcuna difficoltà svolse con competenza il ruolo di giornalista, scrupoloso nella ricerca della verità, ma sempre attento a non scalfire la dignità delle persone.


Una mattina, quando ebbi l’incarico di dirigere il II° Circolo Didattico di Ceglie Messapica, non ricordo più per quale ragione, mi trovai nel salone dell’archivio della Scuola, accompagnato da un assistente amministrativo. Entrando, fui sorpreso nel vedere centinaia di faldoni sistemati ordinatamente sui ripiani. Chiesi all’assistente che mi accompagnava il perché di tanto materiale, considerando che la scuola non era molto grande ed era nata in epoca piuttosto recente. Mi fu detto che negli anni cinquanta e sessanta presso l’Istituto Don Guanella, situato nei pressi della scuola, venivano ospitati ed istruiti centinaia di bambini della nostra Provincia e di quelle limitrofe. I bambini erano figli di genitori residenti all’estero o orfani di genitori e la mattina frequentavano la Scuola Elementare “ II° Circolo Didattico “ di Via Francavilla o la vicina Scuola Media Statale. Aprì, per caso un faldone, sfogliai qualche pagella ed improvvisamente mi trovai in mano la pagella di Giuseppe. Per me fu una grande sorpresa. Lessi attentamente i voti sulla prima pagella che mi capitò e su quelle degli anni successivi e precedenti e notai che in nessuna pagella era riportato un sette in qualche materia: erano tutti otto e nove. Ne sfogliai molte altre per confrontare i suoi voti con quelli dei suoi compagni di classe. La maggior parte dei bambini aveva moltissime insufficienze. Era l’epoca in cui i voti, espressi in numeri da uno a dieci, parlavano ancora delle reali capacità intellettive di un alunno. Soltanto lui ed un altro bambino avevano quei voti. Tornato a casa cercai di incontrarlo la stessa sera per dirglielo. Rimase quasi impassibile, sembrava che avessi scoperto qualcosa della quale non voleva che si sapesse. Era proprio così; a sfottimento lui stesso si chiamava artista, quando, invece, per lui i veri artisti erano sempre gli altri, dei quali non smetteva mai di apprezzare le infinite qualità.
Non amava l’adulazione; era franco, schietto e generoso. Se riusciva a risolvere tacitamente un problema per una persona, diventava raggiante di felicità e non di rado per risolverlo non disdegnava di sottrarre alle magre risorse economiche famigliari la moneta necessaria per recarsi a Brindisi e perfino a Roma per chiedere un trasferimento, un posto di lavoro o la soluzione di un problema per un suo concittadino.
Aveva un animo buono e nonostante sapesse di valere assai più della norma provava sempre rispetto per chi ne sapesse più di lui, come per chi era sprovveduto.
Sulla porta del suo ufficio aveva incollato un foglio con scritto “ Asinus asinum fricat”, locuzione che indica l’atteggiamento di complice intesa, di mutuo aiuto tra due persone non particolarmente dotate intellettualmente. Era proprio questa la sua più grande dote: l’umiltà.
E forse anche presentandosi all’Eterno, con il suo consueto inchino, Lo avrà sommessamente ringraziato per avergli riservato un trapasso silenzioso, senza funzione solenne in chiesa, senza corteo funebre e senza banda musicale. In quello stesso istante, però, per l’ultima volta, avrà pensato ai suoi cari ed al dolore che ha inferto loro per aver mancato alla consueta festa preparata per il loro grande ed esemplare PAPA’.
–Tanto, per ricordare a coloro che per pigrizia mentale hanno l’abitudine di giudicare solo dall’apparenza, chi fu Giuseppe Perrucci. – Luigi –